Quelle cosce le aveva già viste, non poteva sbagliare. Sbucavano fuori dall'orlo di un paio di shorts rosa a cuoricini gialli e si allungavano sull'erba del giardino di Tochihara-san. Mentre era intento a richiamare alla mente tutte le donne conosciute per cercare di capire a chi appartenessero, una voce alle sue spalle lo fece trasalire.
“Honda-san, mi avevano detto che l'avevano trasferito in campagna, ma non immaginavo che l'avrei trovata proprio qui.”
Gli occhietti miopi di Akio Nakayama ammiccarono da dietro le spesse lenti degli occhiali. A Takayuki non ci volle molto per comprendere che doveva essere lui l'ispettore al quale aveva fatto riferimento la vecchia, e che quindi le cosce che aveva appena ammirato appartenevano alla sua fidanzata, nonché nipote della vecchia stessa. Non aveva ancora visto il resto, ma non potè fare a meno di ritenere un'ingiustizia che un secchione rompiscatole come Nakayama avesse trovato un tale bocconcino. Le sorprese non erano ancora finite; attratta dalle voci, la proprietaria delle cosce si era prontamente alzata e avvicinata.
“Yu-chan! Ma che cosa diavolo ci fai tu qui? Insomma, vuol dire che la nipote della strega sei tu?”
Yuki Tagusari, segretaria nella stazione di polizia di Tokyo dove egli aveva lavorato fino a pochi mesi prima, scoppiò a ridere.
“Takayuki-san, sei incorreggibile!”
Nakayama si schiarì la voce.
“Non mi sembra il caso di parlare male di chi la ospita, tanto più che si tratta della nonna della mia fidanzata.”
Takayuki decise che l'avrebbe ignorato per quanto possibile; continuò quindi a rivolgersi a Yuki.
“E da quando in qua sei fidanzata?”
“È successo poco dopo che te ne sei andato”, rispose lei.
“E perchè, con tutti gli uomini che esistono al mondo, ti sei andata a mettere proprio con questo coglione?”, avrebbe voluto chiedere ancora, ma poi comprese che ne andava delle sue cene e forse addirittura della sua stanza, anche perchè, puntuale come la morte, Tochihara-san aveva appena fatto la sua apparizione.
“È pronto da mangiare.”
“Nonna, ma è ancora presto! Vorrei restare a prendere un altro po' di sole qui fuori.”
“Io invece ho una fame da lupi!”
Takayuki fece un passo in direzione della stanza da pranzo, ma l'anziana gli si parò davanti. Era alta poco più di un metro e mezzo, ma costituiva un ostacolo insormontabile.
“Non vedo mia nipote da molto tempo e mi piacerebbe parlare con lei tranquillamente.”
Ecco, il momento paventato era infine giunto: di lì in poi ricominciava l'era del bento in offerta e del ramen istantaneo. Rassegnato, l'uomo stava per ritirarsi nella sua stanza quando Yuki intervenne di nuovo.
“Perchè non mangiamo tutti insieme, così sentirò anche le novità di Takayuki-san?”
E fu così che si ritrovarono in quattro intorno al kotatsu. Tochihara-san non perse occasione per denigrarlo, ma quando mangiava, egli diventava impermeabile alle provocazioni, tanto più che Yuki, seduta davanti a lui, gli regalava dei gran sorrisi ogni volta che i loro sguardi s'incrociavano. Takayuki si chiese come mai non ci avesse mai provato con lei quando stava a Tokyo; ad ogni modo, non era mai troppo tardi.
Da quando aveva dato a Shiori il proprio numero, Takayuki era diventato attentissimo a tenere l'apparecchio carico e a portata di mano, perciò, malgrado fosse profondamente addormentato, rispose dopo il secondo squillo. Essendo notte fonda, la sua speranza era appunto che la chiamata arrivasse dalla giovane, spaventata dai passi misteriosi, invece quella che udì fu la voce impastata e piuttosto confusa di Miki. A causa dei problemi di salute di Haruna e della gravidanza della gatta di Higuchi, da parecchi giorni toccava quasi sempre a lui il turno di notte, ma non si era ancora abituato alla cosa e dormiva per quasi tutto il tempo. Del resto, la cosa non era troppo grave perchè a Oshino anche i criminali andavano a letto presto.
“Honda-kun, una chiamata per te”, biascicò “Ti metto in linea.”
La voce che udì Takayuki era inequivocabilmente quella dell'infermiere Ichikawa; pur senza le leziosità con cui aveva appestato lui e Takenaka-san quella mattina e malgrado il tono preoccupato, conservata un'inflessione particolare, quasi cantilenante.
“Non so che cosa lei abbia detto al caro Takenaka-san, ma è stato agitatissimo per tutto il resto del pomeriggio, e infine, purtroppo, è successo quello che temevo.”
Sentendo che l'altro non continuava, Takayuki chiese:
“È morto?”
“Cielo, no! Non ancora... Però gli è venuto un altro infarto e ora si trova in infermeria. Continua ad agitarsi e a ripetere che deve assolutamente riferirle una cosa. Ho cercato di convincerlo che poteva aspettare domani mattina, ma dice che la vuole vedere immediatamente. Venga subito, per favore; tutta questa smania non gli fa certo bene.”
Takayuki acconsentì, poi si mise a riflettere. A quell'ora della notte, non c'erano autobus di sicuro. Avrebbe dovuto procurarsi un mezzo di trasporto, ma non poteva prendere l'unica auto in dotazione alla stazione di polizia, soprattutto senza informare prima il capo. C'erano le biciclette, certo, ma non ci si vedeva proprio a pedalare nel buio della campagna; oltretutto era poco dignitoso. Gli venne in mente la scintillante Toyota nera di Nakayama, parcheggiata sul retro della casa. Al pensiero della faccia che avrebbe fatto il mattino seguente nel vedere che era sparita si sentì perfettamente sveglio. Infilò i primi vestiti che gli capitarono sotto mano e strisciò fino all'ingresso; aveva notato che le chiavi dell'auto erano appoggiate sul tavolinetto del telefono. Pregò che l'ex-collega avesse il sonno pesante e mise in moto.
La persona distesa nel letto davanti a lui era molto diversa da quella che aveva incontrato solo poche ore prima; adesso Takenaka-san dimostrava tutti i suoi anni e la sua maliziosa vitalità era scomparsa.
“La prego di perdonarmi”, mormorò.
Takayuki gli lanciò uno sguardo incoraggiante.
“Io... non le ho detto tutto...”
Il poliziotto drizzò le orecchie; che stesse per ascoltare una confessione?
“Il fatto è”, proseguì il vecchio “che ero innamorato pazzo di A-chan e avrei ucciso per averla.”
Una strana sensazione di giubilo strisciò lungo la colonna vertebrale di Takayuki. Era davvero la fine di quel caso complicato? E, se lo era, non avrebbe avuto tutte le ragioni per prendersene il merito? Nel giro di una frazione di secondo, arrivò a immaginare che quel successo lo potesse riportare con gloria alla capitale. Poiché Takenaka-san taceva, egli provò a incoraggiarlo.
“Mi ha forse fatto chiamare per liberarsi la coscienza?”, osò chiedere.
Il malato lo fissò con l'aria di non aver compreso, poi gli scappò una risatina che si trasformò subito in un colpo di tosse.
“No, no, mi ha frainteso... È solo che mi ha fatto rivivere così tanti ricordi... ma il motivo per cui la volevo vedere subito è che mi sono ricordato il nome di quell'uomo.”
Takayuki comprese immediatamente a chi si riferiva, e la speranza che si era affievolita un momento prima tornò a risplendere; conoscere il nome del proprietario delle ossa era pur sempre un bel progresso.
“E come si chiamava?”
“Tochihara-san.”
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glossario giapponese
bento = pranzo confezionato da consumare freddo
chan = suffisso che si mette dopo i nomi propri di persona e che si usa solo con consanguinei o amici stretti
kotatsu = tavolino tradizionale basso e quadrato, con un'ampia coperta sotto il piano d'appoggio e una fonte di calore sotto; i giapponesi siedono a terra infilando le gambe sotto, così rimangono al caldo
kun = suffisso che si mette dopo i nomi propri di persona e che si usa tra colleghi/pari grado oppure quando un superiore si rivolge a un subordinato; mai il contrario!
ramen = tagliolini in brodo che possono essere accompagnati da verdure, carne, pesce, ecc.
san = suffisso che si mette dopo i nomi propri di persona e corrisponde al nostro "signor/signora"