Yon sapeva che avrebbe sposato Carmel da almeno dieci anni. Sua madre non faceva che ripeterlo; diceva che era bella e di buon carattere, e che la sua famiglia era composta da brave persone, e tuttavia le era venuta una mezza crisi isterica quando aveva saputo che andava a passeggiare nella foresta quasi tutti i giorni. Si era recata a parlare con i suoi genitori senza ottenere nulla, e così aveva proibito categoricamente a lui di seguirla, se mai l'avesse invitato a farlo. Yon aveva un sacro timore di sua madre e delle sue punizioni, perciò aveva sempre rispettato quel divieto, non senza una punta di invidia per la sua compagna di giochi che, invece, poteva andare avanti e indietro come le pareva. Non era nemmeno giusto, visto che era una femmina!
Era stato per puro caso che Chandra, guardando fuori dalla finestra del salotto, aveva visto Ellen correre in direzione del parco con un libro in mano. La stanza si presentava tranquilla; quasi tutti avevano finito di fare colazione ed erano tornati nei propri alloggi per prepararsi a trascorrere la loro penultima giornata alla villa. Chandra non aveva nulla di particolare da fare quella mattina; non le andava di unirsi al gruppo che aveva organizzato una corsa a cavallo e le carte non le erano mai piaciute granchè. Quanto al re, ormai era sicura che con lui non ci sarebbe stato il minimo problema per l'indomani e poteva allentare un poco la stretta. Pensò che avrebbe impiegato il suo tempo in maniera proficua se avesse cominciato a lavorare più seriamente sulla principessa. Proprio perchè non aveva ancora deciso che cosa fare di lei, occorreva darsi da fare. Ultimamente l'aveva trascurata, concentrata com'era su suo padre; ora era arrivato il momento di fare una bella chiacchierata e scoprire qualche particolare utile, qualche inclinazione che potesse essere sfruttata.
Sentiva che se avesse lasciato andare Marina, se avesse rispettato la sua volontà di andarsene senza combattere, non se lo sarebbe mai perdonato. Al di là del sentimento che provava per lei, vedeva davanti a sè un essere umano bisognoso di aiuto e intuiva che lui era l'unico in grado di fornirlo. Pensava velocemente, sapeva di non dover sbagliare nel giocare le sue carte o il poco tempo rimasto non sarebbe stato sufficiente. Infine, credette di aver elaborato un piano che avrebbe potuto -avrebbe dovuto- funzionare. Respirò a fondo, prese Marina per mano e cominciò a parlare.
Le mani di Kai intanto continuavano a muoversi sul mio corpo, spostandosi in basso; il fuoco dentro di me ardeva sempre di più e avrei voluto gridare “smettila, ti prego, non andare oltre, non permettere a Gyon che si prenda anche questo di noi, che ci rubi la bellezza del nostro amore”, invece mi morsicai il labbro cercando inutilmente di trattenere un gemito di piacere. Poi Kai mi penetrò; era la prima volta che lo faceva. I nostri corpi si muovevano insieme in quella fusione perfetta, e ciò che prima era sempre stato solo dolore e umiliazione si trasformò in estasi. Poco più in là gli occhi di Gyon si bevevano ogni dettaglio del nostro amplesso, tanto appassionato da non poter lasciare il minimo dubbio su quale fosse la natura del rapporto che legava me e Kai. Quando finimmo, restammo ansimanti l'uno sull'altro.
Da quel giorno cominciò a prestarmi attenzione. A dire il vero non è che parlassimo molto, ma almeno avevo l'impressione di essere insieme a un altro essere umano e non più a un manichino. Era una sensazione strana per me, abituato com'ero a stare da solo. Confesso che in parte lo sentii come un disagio, una privazione della mia libertà di fare ciò che mi pareva quando mi pareva, e mi venne anche da pensare che ne avrei pagato le conseguenze, perchè mi accorgevo di cominciare ad apprezzare quella compagnia e realizzavo che avrei dovuto faticare per riabituarmi alla solita routine. Dovevo anche ricordare continuamente a me stesso che quel ragazzo era solo merce, solo il mio lavoro, perchè mi sorpresi a provare verso di lui uno slancio di affetto inspiegabile e dimenticato.
Cinque ninfe dei boschi e tre satiri: sì, poteva andare. Mi concentrai sulla prima ninfa e cominciai a definirne i particolari: il colore degli occhi e dei capelli, la forma della bocca e del naso, la foggia della tunica e così via. Non appena ebbi finito con lei, passai alla successiva, fino a che non ebbi completato tutti i personaggi. A quel punto mi dedicai al paesaggio; decisi i tipi di alberi, arbusti e fiori, inserii alcuni animali e regolai anche il tempo e la temperatura. Quando mi sembrò di aver concluso, presi in rassegna ogni singolo passaggio per verificare di non aver dimenticato nulla, infine fui soddisfatta e mi sfilai il caschetto. Guardai l'orologio: le 16.30. l'intera operazione aveva richiesto un paio d'ore. Alla mia destra Steve, il mio collega, era ancora profondamente concentrato.